Corriere Canadese

Interviste

16gazzèMax Gazzè: “Canto la vita in abiti sgargianti”

di Johnny L. Bertolio

TORONTO - Italiano di sangue, ma europeo per vocazione umana e artistica, Massimiliano “Max” Gazzè nasce come bassista elettrico, quindi arrangiatore e anche produttore. Il suo nome è ora quello di un cantautore affermato, che ha Roma come punto di riferimento geografico. Il suo primo album, “Contro un’onda del mare”, risale al 1996: negli anni successivi arrivano a ruota “La favola di Adamo ed Eva” (1998), “Max Gazzè” (2000), “Ognuno fa quello che gli pare?” (2001), “Un giorno” (2004), “Quindi?” (2010), “Sotto casa” (2013), fino all’ultimo, “Maximilian” (2015).

La sua attività artistica spazia da collaborazioni con altri cantautori del circuito romano (Daniele Silvestri, Niccolò Fabi e Alex Britti) a partecipazioni di successo al Festival di Sanremo, dai tour live al debutto come attore nel film “Basilicata coast to coast” di Rocco Papaleo (2010). Nel suo curriculum si aggiunge quest’anno la città di Toronto: Max Gazzè si esibirà il 9 ottobre dalle 20 al Mod Club Theatre. Un evento da non perdere visto che la sua voce e i suoi testi sono tra le cose più fresche che la galassia cantautoriale italiana abbia saputo offrire negli ultimi tempi.

Caro Max, cosa si aspetta un girovago come te dalla tappa canadese del suo primo tour mondiale?

«Non ho aspettative ma una certezza: sarà uno scambio. Suonerò per la prima volta fuori dall’Europa e il pubblico che verrà ai concerti mi vedrà per la prima volta dal vivo. Forse avranno sentito parlare di me da amici o parenti italiani, forse saranno spinti dalla curiosità, ma certo non mi avranno mai visto prima su un palco. Sarà un’esperienza nuova per tutti e i club o i teatri – meglio dei palazzetti e delle grandi arene estive – sono un luogo particolarmente adatto a conoscersi meglio. Questo tour mondiale non soltanto riaccende la mia indole più girovaga e appaga la curiosità verso ogni “altrove”: soprattutto, mi riporta all’elettricità degli esordi».

Nei tuoi testi, spesso frutto di una collaborazione con tuo fratello Francesco, si avverte una ricerca della parola appropriata sullo sfondo di arrangiamenti orecchiabilissimi: cosa vi guida?

«La ricerca del suono e della parola sono una caratteristica del modo mio e nostro di lavorare, che non riguarda soltanto la pertinenza semantica delle parole o la loro eleganza quanto anche – se non soprattutto – il loro suono. Mi piace che tra il suono di una parola, la concatenazione di suoni di un verso e il senso del verso stesso si crei un dialogo, e che questo dialogo non si sviluppi necessariamente nel segno della continuità. La relazione che si instaura tra suono e senso deve essere archetipica più che tipica. Questo mio modo di lavorare è estremamente scrupoloso, scientifico direi. Non è detto che tutti lo recepiscano ascoltando le canzoni, però per me, per il procedere del mio lavoro, questa ricerca è centrale».

Sul palco e in video ti vediamo in abiti e trucchi sempre più effervescenti: è tutta scena oppure dietro le lenti a contatto colorate e lo smalto nero c’è la voglia di comunicare qualcosa?

«La verità è che sono un cialtrone e adoro il camouflage; mi mimetizzo, mi reinvento: è un gioco. Sono cresciuto nel culto dei Monty Python e mi piace inserire una nota ironica nel mio aspetto, specie se in contrasto con il testo: quanto più la canzone tratta temi impegnativi, tanto più appaio in panni ironici. Ha a che fare con me e non solo col mio personaggio: scrivo testi seri ma non sono mai serioso, sono ironico senza essere buffone. Mi piace il cinema onirico di Terry Gilliam e di Fellini e provo a riproporre quelle ambientazioni, quella cifra stilistica, cercando di fare di ogni video un piccolo cortometraggio. Sono anti-realista e il trucco ha a che fare con l’effetto di straniamento».

Il tuo ultimo album, “Maximilian”, presenta una figura di cavaliere postmoderno e ha lanciato un singolo, “La vita com’è”, cantato, ballato e visualizzato migliaia se non milioni di volte: com’è la vita oggi secondo Max Gazzè?

«Fortunatamente la vita è e continua ad essere inafferrabile, strettamente soggetta all’aspetto interpretativo: sarebbe drammatico se ci fosse una lettura unica. La vita è come ognuno di noi la vede: ciascuno la interpreta in modo diverso, ogni modo è corretto e nessuno è esaustivo. È importante, però, conoscerne il dramma per apprezzarne la bellezza e viceversa. La vita sovverte i punti di vista e li conferma tutti contemporaneamente».

(Martedì 4 ottobre 2016)

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16morganelli1Dipingere, la grande passione di Mary Morganelli

di Mariella Policheni

TORONTO - Quando prende in mano i pennelli e la tavolozza con i colori Mariella Morganelli, Mary per tutti quelli che la conoscono, si immerge in un mondo bellissimo, dove i sogni e la fantasia non hanno confini. «Amo dipingere, amo avere davanti una tela bianca e riempirla lasciando libera la mia creatività - dice la pittrice nata a Ceprano in provincia di Frosinone e giunta in Canada a soli sei anni di età - mi piace spaziare con la mente, sognare ad occhi aperti e imprimere sulla tela tramite le mie sensazioni, la mia interpretazione di un paesaggio o di un qualunque altro soggetto».

È un passione, questa per la pittura, che Mariella (Mary) Morganelli coltiva fin da piccola, fin dal giorno in cui è giunta in Canada con la sua famiglia. «Al termine della scuola superiore ho anche frequentato un corso di arte ma dopo il matrimonio ho deciso di mettere da parte questa mia passione per dedicarmi alla mia famiglia - confida la pittrice - da cinque anni circa ho deciso di riprendere in mano i miei pennelli e ricominciare a dipingere».

Ora che i figli Gennaro, Matthew e Adam sono grandi Mariella (Mary) ha più tempo libero per se stessa e per fare quello che ama di più: dipingere. «Ho il pieno sostegno di mio marito Nicola, dei figli e dei miei nipoti Nicola, Madelaine e Adam - dice felice la pittrice - la sera, quando rientro a casa dopo il lavoro (la Morganelli è una impiegata di Lido Construction, ndr) mi dedico al mio hobby preferito e mi rilasso, sento dentro di me un gran senso di pace e di benessere».

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E così prendono forma dipinti di ogni dimensione che riproducono paesaggi e ritratti in primo luogo. Ma anche animali, auto antiche, fiori, nature morte, biglietti di auguri. C’è tutto il mondo nei suoi quadri che con i loro colori, giallo, arancione e rosso su tutti, contengono un messaggio di gioia, di positività verso la vita.

«Dicono che la mia arte somiglia a quella del Group of Seven, degli artisti che hanno dipinto stupendi quadri di paesaggi canadesi - dice la Morganelli - mi piace tantissimo dipingere paesaggi dell’Ontario settentrionale che ha una natura bellissima, ricca di colori caldi, di luci, di laghi e fiumi ma anche paesaggi italiani».

In Italia, dove la pittrice è tornata lo scorso anno dopo 43 anni, ha visitato per due settimane varie città che ora ha impresso sulla tela: da Siena a Portofino, da Orvieto a Venezia, dalle vigne toscane al mare. «È stato un viaggio bellissimo, ho ancora negli occhi i luoghi meravigliosi che ho visto - dice con un sorriso l’italocanadese - spero tanto di tornarci presto».

Ma oltre ai paesaggi la Morganelli dipinge su commissione ritratti e veicoli antichi. «Ho dipinto una Camaro del 1967, una Corvette Stingray del 1971, un pickup Ford del 1956, una Mustang del 1964 - dice la pittrice - mi piace realizzare questi lavori e mi piace soprattutto vedere l’espressione di gioia sul volto di chi li acquista. Sì mi piace tanto vedere che le persone sono felici nel guardare una mia opera, che dà loro felicità».

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Ma Mariella (Mary) Morganelli nelle sue opere mette anche il suo cuore, i suoi sentimenti, gli affetti più profondi: recentemente la Alzheimer Society per far conoscere e capire questa malattia ha usato proprio una sua opera dal titolo “Forget not”. «Ho dipinto mio padre che ha sofferto del morbo di Alzheimer - dice con emozione la pittrice - nel dipinto interpreto la malattia a modo mio. L’orologio contorto, ad esempio, sta a simboleggiare il fatto che l’ammalato non ha la concezione del tempo, le porte sbiadite indicano che non ha idea di dove sta andando, le piastrelle bianche e nere, il lungo corridoio, vogliono far capire che l’ammalato può camminare per miglia e miglia senza sapere dove stia andando. C’è un punto interrogativo ed il puzzle di una casa della famiglia che non è più la stessa, l’ammalato non riconosce nessuno dei suoi cari. Infine le nuvole a rappresentare la mente vuota».

I quadri dell’italocanadese, siano essi dipinti con colori a olio, acrilici, ad acqua o con inchiostro di china, nascono dal desiderio di trasmettere sentimenti positivi a chi li osserva: serenità, relax, ispirazione, senso di pace, emozioni. «Dipingo soprattutto perchè mi fa star bene, mi rilassa, mi dà gioia - conclude la Morganelli - mi piacerebbe che tutti avessero un hobby capace di trasmettere loro quello che io provo dipingendo».

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Mary Morganelli con il marito Nicola, Danny Montesano e la moglie Madeleine

Chiunque desideri saperne di più può scrivere a Mariella (Mary) Morganelli all’indirizzo This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. o visitare il sito web mariellart.com; www.facebook.com/MariellartGallery.

(Giovedì 29 settembre 2016)

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16zambenedettiNuovo professore di Cinema all’Università di Toronto

di Johnny L. Bertolio

TORONTO - Da questo settembre il Dipartimento di Italian Studies e il Cinema Studies Institute della University of Toronto potranno contare su un nuovo docente (Assistant Professor): Alberto Zambenedetti. Nato a Venezia, il prof. Zambenedetti si è laureato a Ca’ Foscari e ha conseguito il PhD presso la New York University con una tesi sul cinema delle migrazioni italiane. Aveva già insegnato per un anno a Toronto: per lui, dunque, si tratta di un caloroso bentornato.

Prof. Zambenedetti, che cosa spinge uno studente a scegliere un corso sul cinema italiano e con quale prospettiva imposta le sue lezioni?

«È davvero un onore essere stato scelto per questa cattedra, una fra le poche in Nord America esclusivamente dedicata al cinema italiano. Le mie lezioni includono sia l’insegnamento frontale classico sia momenti di discussione in gruppo e laboratori di scrittura e critica. Il momento più importante per me è sempre la proiezione del film, alla quale non manco mai: dopotutto il cinema è nato come un evento da vivere insieme e per tale ragione cerco di trasmettere questa preziosissima esperienza ai miei studenti».

Quali sono i suoi temi di studio e ricerca più cari?

«Le mie ricerche corrono su due binari che a volte convergono, altre volte mi portano ad esplorare aree nuove: principalmente mi occupo della relazione fra le persone (intese sia come singoli individui sia come gruppi e popoli) e i luoghi in cui vivono e si trovano, anche solo temporaneamente. Questa definizione, per quanto un po’ vaga, si traduce nell’approfondimento di varie discipline, fra cui Mobility Studies e urbanistica. Il mio progetto di ricerca attuale è un ampio studio sul cinema italiano girato o ambientato all’estero».

Il Toronto International Film Festival e l’Italian Contemporary Film Festival sono due eventi imperdibili nel panorama culturale torontino: pensa di organizzare delle sinergie?

«Me lo auguro. Chiaramente le due istituzioni hanno identità e referenti ben precisi, ma sono sicuro che in futuro potremo collaborare in qualche modo. Una risorsa per entrambi potrebbe essere il lascito di Rocco Mastrangelo, una collezione vastissima di titoli italiani donati all’università dall’imprenditore italo-torontino: si tratta di centinaia di pellicole 35mm che spero di utilizzare non solo nelle mie lezioni, ma anche per programmi aperti al pubblico».

Cosa ha da offrire oggi il cinema italiano al pubblico internazionale? Siamo ancora troppo autoreferenziali (per non dire provinciali) o sappiamo aprirci al mondo?

«Penso che il momento dell’autoreferenzialità (come lo definisce lei) sia passato: il cinema italiano è tornato ad aprirsi al mondo e soprattutto è tornato in cattedra. Mi vengono in mente registi come Gianfranco Rosi [il cui docufilm, Fuocoammare, era nel programma del Tiff 2016, ndr], Michelangelo Frammartino, Laura Bispuri, Andrea Segre, Pietro Marcello, solo per fare qualche nome, che negli ultimi anni hanno firmato pellicole di altissimo livello e che hanno giustamente ottenuto riconoscimenti internazionali. Quando Paolo Virzì riempie le sale italiane per mesi battendo i supereroi della Marvel e Alice Rohrwacher vince il Gran Premio della Giuria a Cannes, possiamo constatare che siamo in un momento propizio».

(Martedì 20 settembre 2016)

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Ricominciare in Canada tutti insieme

di Catia Rizzo

TORONTO - Partire, spinti dalla volontà di offrire certezze più solide ai proprio figli. È questa la storia di Francesco Bisignano, un giovane papà originario della provincia di Reggio Calabria arrivato in Canada nel 2012.

«Ho cominciato a lavorare come pizzaiolo e poi, una volta integratomi meglio nell’ambiente, ho avviato la mia attività di import ed export. Oggi i miei prodotti sono richiesti da diversi negozi, pizzerie e ristoranti e da maggio gestisco una pizzeria a Woodbridge insieme ad altri due partner, “Via Mercanti North”. Vi erano già altre due pizzerie “Via Mercanti” a Toronto, ma il proprietario ha voluto aprirne una terza e affidarmene l’amministrazione».

Il suo viaggio è iniziato con un visto lavorativo temporaneo di sei mesi che gli ha permesso di conoscere Romolo Salvati, proprietario di Via Mercanti appunto, il quale ha creduto in lui e ne ha fortemente voluto la collaborazione.

Questa scelta ha comportato pesanti sacrifici, perché si sa, quando si ha una famiglia si deve tenere in considerazione il benessere di tutti, soprattutto quello dei figli.

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Francesco Bisignano  con sua moglie Carole e le sue due bambine, Gemma (la maggiore) e Fernanda (la più piccola), davanti a “Via Mercanti North”, la pizzeria da lui gestita a Woodbridge

«Sono stati tre anni lunghi durante i quali andavo e tornavo praticamente ogni tre o quattro mesi. È stata dura, soprattutto perché le piccole non avevano più presente la figura paterna. Ero come un amico che faceva visita ogni tanto».

È difficile spiegare ai bambini le ragioni per cui si deve rimanere distanti e l’assenza di un genitore. «Con la mia figlia maggiore, Gemma, avevo un bel rapporto prima e si stava perdendo. Da quando sono qui stiamo tutti i giorni insieme e sto cercando di recuperarne la fiducia, voglio che capisca che il suo papà c’è e ci sarà sempre».

«Non voglio che si ricrei quella situazione e infatti ho deciso: o tutti in Canada o tutti in Italia».

Il difficile percorso di Francesco è stato lenito dal sostegno di una donna forte, Carole. «Sono fortunato - ci confida - perché mia moglie ha deciso di seguirmi. Si tratta di un cambiamento di vita radicale e non tutti sarebbero pronti a fare le valigie, salutare i familiari e lasciare quella che era la propria vita fino al giorno prima. Lo ha fatto perché crede in me ed io gliene sono profondamente grato».

In Italia avevono una loro pizzeria che dopo cinque anni hanno deciso di chiudere. «Lavoravo, ma tra tasse, contributi, affitto e tutto il resto, a fine mese avevo praticamente solo i soldi per coprire le spese».

Alla lunga, gli sforzi senza i giusti riscontri stancano, soprattutto quando si vanno a scontrare con una quotidianità che stenta a migliorare. «Uno dei costi maggiori in Italia è quello della luce elettrica, basti dire che per il mio locale di 50 posti a sedere pagavo praticamente 900 euro ogni due mesi. Assurdo. Qui le tasse sono altrettanto ingenti, ma il guadagno è anche più proficuo».

Secondo Francesco il Canada funziona meglio perché vi è una minore tendenza al risparmio. «Per esempio le famiglie escono più spesso per andare al ristorante, mentre in Italia si cerca di tagliare la spesa il più possibile».

«Dell’Italia mancano alcuni affetti - conclude Francesco - ma alla fine qui ho tutto perché ho la mia famiglia. Ho conosciuto grandi amici, persone vere con le quali vi è un ottimo rapporto di rispetto, tra cui i miei partner Rocco e Romolo, lo splendido staff con cui lavoro e i miei parenti che mi hanno aiutato a costruire la mia quotidianità qui in Canada».

(Martedì 13 settembre 2016)

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Dall’Italia un nuovo trapianto oculare liquido

di Catia Rizzo

TORONTO - Il Ministero della Salute italiano ha da poco approvato in campo oculistico l’utilizzo di un innovatico trapianto liquido e privo di chirurgia.

Si chiama “trapianto di unità elementari della membrana amniotica” ed è stato sviluppato dal dottor Emiliano Ghinelli, direttore scientifico di ILMO (Istituto Laser Microchirurgia Oculare) di Brescia.

Il rivoluzionario trapianto viene somministrato come un semplice collirio, ma nonostante l’apparente banalità riesce a bloccare diverse patologie oculari fin dai primi segni di sviluppo, come ulcere corneali e neurotrofiche, patologie autoimmuni e rigetto del trapianto di cornea.

Ghinelli ha seguito un insolito percorso formativo che lo ha portato a maturare la sua esperienza medica in importanti Università estere quali l’Harvard Medical School e il M.I.T. di Boston, ma contrariamente a molti suoi colleghi ha deciso di riportare in patria il suo sapere e le sue competenze professionli.

Il Corriere Canadese lo ha intervistato per avere maggiori informazioni circa la sua innovativa invenzione e tentare di comprendere, attraverso la sua personale esperienza, cosa porta un medico a lasciare l’Italia e a tornarci.

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Il dottor Emiliano Ghinelli, medico chirurgo oftalmologo specialista in microchirurgia oculare e direttore scientifico di ILMO

In cosa consiste il trapianto di unità elementari della membrana amniotica?

«Con il trapianto liquido il tessuto utilizzato viene ridotto in particelle piccolissime che non necessitano di chirurgia. È una tecnica innovativa nata dall’idea di curare alcune patologie prima che diventino chirurgiche. In altre parole volevo prevenire il cronicizzarsi di queste malattie e ho quindi pensato di processare un tessuto umano capace di riportare l’occhio alle sue condizioni fisiologiche prima ancora che il danno si aggravi».

Qual è stato l’effettivo percorso di realizzazione del trapianto liquido?

«Dopo le prime evidenze sperimentali ottenute in laboratorio abbiamo provato questa tecnica sugli animali, poi su cellule umane in vitro e solo in fine siamo passati alla sperimentazione clinica su un numero ristretto di pazienti. Il Ministero della Salute ha quindi approvato questo processo come un trapianto».

E come è nata invece la sua idea?

«L’intuizione l’ho avuta in Italia, le prove negli Stati Uniti e in fine il consolidamento e l’ingegnerizzazione della tecnica nuovamente in Italia. Negli Stati Uniti ho eseguito esperimenti sugli animali e sulle cellule umane ma senza utilizzare estratti di membrana amniotica. In Italia invece ho potuto utilizzare il cocktail derivato dalla membrana amniotica per ottenere delle guarigioni su patologie che portavano alla necessità di un intervento chirurgico. In linea teorica sapevo che questo composto avrebbe funzionato, ma non ne avevo le prove».

Come procederete adesso? È già disponibile per i pazienti?

«Il prossimo passo sarà quello di cercare di aumentare il numero di trapianti effettuati, attualmente zero. Ho ottenuto solo recentemente l’approvazione ministeriale quindi le banche dei tessuti si stanno ancora attrezzando in attesa che i medici comincino ad ordinare questo trapianto. Nei mesi che verranno sarà necessario istruire i colleghi ad utilizzarlo nel modo corretto, per evitare che lo si bolli come inefficiente per non averne in realtà compreso la funzionalità».

Questo trapianto potrebbe essere efficace anche su altre patologie?

«La membrana amniotica è un tessuto che viene applicato sull’occhio ormai da 50 anni attraverso ago e filo. Il trapianto di unità elementari può al 100 per cento sostituire la tradizionale tecnica per le patologie oculari, ma può anche buttare le basi per la cura di altre malattie neurodegenerative. Il cocktail contenuto dentro la membrana amniotica è infatti un pool di fattori di crescita che potrebbe risultare efficace in tante altre patologie. Ovviamente serviranno anni di sperimentazioni e ricerche, basti dire che io cominciai a sviluppare questa nuova tecnica nel 2001 ed è stata approvata solo nel 2016».

Per quale motivo i tempi di approvazione sono stati così lunghi?

«Lo Stato italiano è molto cauto nel dare autorizzazioni in ambito medico, soprattutto per evitare santoni e aspettative infondate di guarigione. Voglio comunque rivolgermi ai miei colleghi - per esempio neurologi, dermatologi e ortopedici - e dire loro di rimboccarsi le maniche per far autorizzare questo genere di trapianto su altre patologie da loro trattate. A mio avviso, sulla base della letteratura scientifica, ne potrebbero giovare patologie importanti come l’Alzheimer, la Sclerosi multipla e il Parkinson».

Lei è molto giovane, appena 42enne ma ha alle spalle un pesante curriculum maturato soprattutto all’Estero.

«Non mi sento una rarità, forse le coincidenze che si sono succedute nel mio percorso hanno tutte remato nella direzione giusta. Sicuramente in generale ho bruciato le tappe, mi sono sposato molto giovane e oggi ho cinque figli. Mia moglie è stata il mio punto d’appoggio più forte, in America tornavamo a casa con mille difficoltà ma lei trovava sempre la parola giusta. Siamo sempre stati un team e grazie a lei che badava ai bambini io ho avuto il tempo di dedicarmi di più al mio lavoro. Credo comunque che vi siano grandi menti italiane in giro per il mondo che scelgono di andare all’Estero per i problemi che caratterizzano il nostro Paese e poi vi rimangono considerato quanto è ostacolato il rientro dei cervelli».

Nonostante ciò lei però ha scelto di rientrare.

«Si e sono convinto che se riuscissero a superare queste forti correnti avverse potrebbero avere grandi soddisfazioni. Nonostante sono stato fuori per molto tempo sono assolutamente un grande fautore dell’italianità e vorrei davvero che tutti i nostri professionisti facessero rientro. In Italia avrebbero sempre una marcia in più rispetto ai successi che potrebbero raggiungere in un altro Paese se non sono nati lì».

Cioè si è più avvantaggiati nel Paese natale?

«Non parlo di vantaggi scorretti, intendo dire che i meccanismi intimi di un Paese li conosce davvero chi ci è nato mentre un immigrato farà sempre molta più fatica. Si tratta di vantaggi culturali e ciò vale anche per il verso opposto. Come se il primario di un ospedale canadese provasse a formare la sua unità oculistica nell’ospedale in cui sono primario. Potrebbe anche essere un ottimo professionista, ma il suo sistema di lavoro non si potrebbe mai incastonare completamente con le modalità italiane».

Lei ha avuto modo di conoscere bene il sistema sanitario del Nord America, cosa ne pensa?

«Ho potuto confrontarmi con il sistema canadese solo indirettamente attraverso alcuni colleghi con i quali ho collaborato. Posso però fare un paragone con quello americano. In Italia il sistema sanitario è meno strutturato rispetto a quello degli Stati Uniti. Si basa su un ragionamento clinico più che su una flowchart asettica e impersonale. Negli Stati Uniti e nei Paesi multiculturali in genere, credo, i medici devono affidarsi a un metodo e non a un ragionamento clinico, altrimenti ognuno curerebbe a modo proprio secondo quanto appreso nel Paese d’origine. In America sono maestri di flowchart, ma sono la passione il ragionamento clinico e la vicinanza del medico verso il paziente a fare la differenza».

La distribuzione dei farmaci è più controllata secondo lei?

«Non credo sia più funzionale perché si aumentano le tappe tra la malatti e il farmaco. Anche questo è un fattore culturale, si pensa che aumentando i passaggi si aumenta anche il controllo. Non sono del tutto d’accordo. Da alcuni critici questo sistema è visto semplicemente come un modo per creare posti di lavoro, quindi si riduce la disoccupazione e ciò mette i governi sotto una luce favorevole. Stiamo però uscendo dall’ambito sanitario, insomma non è più la cura l’obiettivo. A volte i sistemi più semplici sono anche più funzionali».

(Venerdì 9 settembre 2016)

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