Corriere Canadese

Canada

05birtherism“Birtherism”, una parola che deve essere bandita

di Odoardo Di Santo

TORONTO - Certi vocaboli hanno origine misteriosa e vivono una propria vita sconfiggendo talora la logica ed il buonsenso.

“Birtherism” è una parola goffa e sgraziata non riconosciuta da Oxford e Webster, i dizionari-bibbia della lingua inglese, ma che tuttavia subdolamente riaffiora sui mezzi di comunicazione. Che sia orrenda non c’è dubbio come se dicessimo padrismo o madrismo o fratellismo.

Tuttavia ce la troviamo tra i piedi e porta male, perché, come era inevitabile, ora è giunta anche in Canada.

Era stata coniata dai repubblicani per negare o mettere in dubbio che Obama fosse nato negli Usa finché fu costretto a presentare il certificato di nascita.

Sembrava morta. Invece, birtherism è stato risuscitato, manco a dirlo, da Donald Trump il quale tra una panzana e l’altra si è perfino vantato di aver costretto Obama a esibire il certificato di nascita, come se dovesse giustificarsi di un reato.

L’America ci ha abituato a ben altre imbarazzanti esibizioni, basti seguire un qualsiasi giorno di qualsiasi settimana le scorribande della campagna elettorale presidenziale.

Ma perché il Canada?

Come era inevitabile il birtherism con gli inevitabili toni razzistici e xenofobi (Trump ed i Messicani, i Latini, i Neri), per qualcuno che mal digerisce le politiche multiculturali del Canada presenta un’occasione di usarlo a proprio vantaggio politico.

Kellie Leitch deputato conservatore dell’Ontario ha annunciato la propria candidatura a leader del Partito Conservatore per rimpiazzare il dimissionario Stephen Harper.

La onorevole Leitch ha avanzato la proposta, che sembra presa dal manuale elettorale di Donald Trump, di scrutinare gli aspiranti immigrati per scoprire se sono portatori di “valori anti-canadesi” ed ha attaccato le “self-hating elites” e i “media glitterati” (fatica ostica tradurre le sue espressioni elitiste degli anni 30/40 sconosciute ai più).

Le reazioni negative non si sono fatte attendere, persino dagli altri aspiranti alla leadership del Partito Conservatore che secondo il National Post sta degenerando già in una zuffa di attacchi personali.

Il candidato Andrew Sheer ha definito la proposta né pratica né preferibile e si è beccato anche lui l’epiteto di “elite” dall’ineffabile campaign maganer della Leitch, Nik Kouvalis, di cui si ha triste ricordo come campaign manager di Rob Ford.

Molti pensano che Kellie Leitch finirà per essere marginalizzata perché certe idee non devono avere cittadinanza in Canada.

Ma perché la proposta della Leitch è inaccettabile e, secondo molti, pericolosa?

Innanzitutto è difficile definire quali sono i valori canadesi. Negli ultimi quaranta anni il Canada è cambiato.

Plasmato da valori culturali coloniali e anglosassoni, dopo la seconda guerra mondiale, grazie al massiccio influsso di emigrati, si è trasformato in un caleidoscopio multiculturale fondato su valori di tolleranza, democrazia e vivere civile, in un parola in una società in cui è accettabile essere diversi e, allo stesso tempo, poter convivere armoniosamente.

Gli immigrati sono stati parte di questa trasformazione della società che hanno contribuito ad arricchire con il  lavoro, l’intelligenza, l’impegno, la lealtà e l’apporto di valori umani ed economici.

Le porte aperte hanno permesso a milioni di immigrati che non conoscevano il Canada e la sua storia e non parlavano la lingua di inserirsi ed integrarsi ponendo le basi per la seconda generazione di divenire parte vitale delle istituzioni canadesi.

Prima di essere ammessi in Canada gli aspiranti immigrati anche ora vedono scrutinato il loro background, con riguardo a rischi alla sicurezza, criminal record, problemi di salute o finanziari.

La proposta della Leitch si rivolge ad una minoranza xenofoba e razzista che, per scopi di potere, vede negli emigrati (specialmente musulmani) un nemico. La sua è una proposta anticanadese e per questo va rigettata.

Il Canada non può finire come l’America, la Gran Bretagna, e tante nazioni europee dove rigurgiti xenofobi e razzisti avvelenano la vita di tutti i giorni creando tensioni, malessere e frequenti episodi di violenza.

Se un potenziale immigrato teoricamente dichiara di non essere a favore della monarchia è per questo nemico dei valori canadesi?

Odoardo Di Santo è un editorialista del Corriere  Canadese. In passato è stato deputato provinciale nelle fila dell’Ndp.

(Martedì 4 ottobre 2016)

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Il Canada si scopre più intollerante degli Usa

di Francesco Veronesi

TORONTO - Il Canada si scopre più intollerante e meno propenso all’accettazione del diverso rispetto agli Stati Uniti. È quanto emerge da un sondaggio choc effettuato dall’Angus Reid Institute per la Cbc, nel quale viene fotografata una diffidenza profonda e un marcato scetticismo verso gli immigrati nella patria del multiculturalismo, a differenza degli Usa, nazione del melting pot imperante, di quel “tritacarne” linguistico e culturale che trasforma in “poltiglia” le differenze e porta a un’assimilazione diffusa di etnie e credi religiosi diversi.

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Secondo lo studio demoscopico effettuato dalla Angus Reid, il 68 per cento dei canadesi ritiene che le minoranze dovrebbero fare di più nel processo di integrazione e assimilazione con la società “mainstream”, quella dominante quindi, invece di mantenere e difendere gelosamente i propri usi, le proprie tradizioni, i propri costumi e la propria lingua. Negli Stati Uniti, solamente il 53 per cento del campione ha risposto allo stesso modo.

Il sondaggio arriva proprio nel momento in cui si sta sviluppando il dibattito politico sulla controversa proposta, avanzata dalla candidata alla leadership tory Kellie Leitch, sulla necessità di introdurre un test ideologico per gli immigrati: misurare cioè l’aderenza dei valori del potenziale futuro nuovo cittadino con quelli del Canada.

La proposta, che ha scatenato una marea di polemiche, è stata bocciata sonoramente dagli altri candidati alla guida del Partito Conservatore. Eppure, anche il sondaggio della Angus Reid conferma come nel nostro Paese vi sia terreno fertile per ipotesi di questo tipo.

Già nei giorni scorsi alcuni istituti demoscopici avevano cercato di capire fino a che punto l’idea di un test ideologico potesse attecchire nella popolazione canadese: e anche in questo caso i risultati sono stati clamorosi. Secondo la Forum Research, il 67 per cento dei canadesi si dichiara favorevole al controllo dell’aderenza dei valori degli immigrati con quelli del Paese. Tra gli elettori che si definiscono di area conservatrice, poi, la percentuale sale all’87 per cento.

Per quanto riguarda la necessità di una maggiore integrazione delle minoranze, il sondaggio della Angus Reid ci dice anche molto altro. Per esempio, che gli immigrati  che vivono in Canada da meno di 10 anni vedono più positivamente il mantenimento della lingua e dei costumi del proprio Paese d’origine anche nel Paese adottivo. Al contrario, gli immigrati che vivono in Canada da più di vent’anni, tendono ad avere un atteggiamento simile alla maggioranza del resto della popolazione canadese. Su questo fronte poi conta anche il fattore generazionale. I millennial - età compresa tra i 18 e i 34 anni - vedono con maggiore entusiasmo il multiculturalismo e la difesa delle identità etnico-linguistiche sia in Canada che negli Usa.

(Martedì 4 ottobre 2016)

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03pressSostegno alla stampa, ancora pressioni sul governo

di Francesco Veronesi

TORONTO - La stampa canadese è in crisi e il governo federale, se vuole cercare di salvarla, deve intervenire con soluzioni concrete e piani duraturi. È questa la richiesta fatta ieri dal chairman del Torstar-Toronto Star John Honderich durante un suo intervento davanti alla commissione Cultura della House of Commons. Ventiquattr’ore prima era stata la volta di una coalizione di ben 146 giornali in Quebec a lanciare un appello al governo federale per garantire la sopravvivenza del settore.

Insomma, almeno per una volta tutta la stampa canadese - grande e piccola, di nicchia e di larga diffusione, di destra e di sinistra - sembra voler fare fronte comune davanti a una crisi di sistema che sta mettendo sotto pressione il mondo dei media del nostro Paese.

Nei mesi scorsi anche il Corriere Canadese aveva lanciato un grido d’allarme attraverso l’intervento in Commissione dell’editore e presidente del giornale, Joe Volpe, che aveva ribadito la necessità di un allentamento della pressione fiscale che grava su tutti i giornali e, allo stesso tempo, una maggiore attenzione del governo sul fronte della pubblicità istituzionale, oggi riservata in larga parte ai giganti “non cartacei” come Google e Facebook.

Prima di Volpe, anche il Ceo di Postmedia Paul Godfrey aveva chiesto a Ottawa di intervenire.

La coalizione dei 146 giornali della provincia francofona ha presentato una piattaforma che prevede un periodo “di grazia” di cinque anni, che include una riduzione fiscale del 40 per cento sui costi di stampa - e qui sono stati inclusi anche i salari dei giornalisti - e una riduzione del 50 per cento per i costi legati al digitale.

Questo - dicono - potrebbe aiutare a spostare la produzione dal cartaceo all’online e, contemporaneamente, a fornire continuità nella stampa del giornale.

Le parole di Brian Myles, direttore del giornale di Montreal Le Devoir, danno un’idea definitiva sulla situazione del settore. «Adesso come adesso, ci troviamo in mezzo a una tempesta perfetta». Solamente il governo, quindi, potrebbe aiutare a invertire la tendenza negativa prima che sia troppo tardi.

(Venerdì 30 settembre 2016)

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03scheerScheer riapre il dibattito sui valori canadesi

di Francesco Veronesi

TORONTO - La candidatura di Andrew Scheer alla guida dei tory riapre, ancora una volta, il dibattito sul test per gli immigrati e i valori canadesi.

05monsefMonsef, cittadinanza a rischio. Ora arriva in aiuto il Senato

di Francesco Veronesi

TORONTO - Un ministro federale che rischia di perdere la cittadinanza, una legge definita assurda e incostituzionale, il Senato che torna ad avere un ruolo centrale. Sono questi gli ingredienti dell’ultima polemica politica che sta infiammando il clima già rovente di Parliament Hill negli ultimi giorni.